Le cinque leggi bronzee dell’era digitale e perché conviene trasgredirle

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Le cinque leggi bronzee dell’era digitale. E perché conviene trasgredirle,

Le cinque leggi bronzee dell’era digitale e perché conviene trasgredirle

TRAMA

Le cinque leggi bronzee dell’era digitale e perché conviene trasgredirle Goethe e Leopardi introducono a una originale lettura della cultura digitale. Una propaganda interessata parla ai cittadini di radicale rottura con il passato. Eppure, questa stagione, in cui si celebrano i fasti di macchine e delle loro estreme incarnazioni – le Intelligenze Artificiali -, non è che l’ultima manifestazione dell’Illuminismo. Il mito del Progresso si conclude nel progettare macchine destinate a prendere il posto di noi esseri umani. Guru del nuovo tempo insistono nel ricordare ai cittadini la loro ignoranza, e quindi la loro incapacità di capire. L’innovazione è presentata come fatale manifestazione di Leggi di Natura, di fronte alle quali lo spazio per il libero arbitrio si riduce fino ad azzerarsi. Le Cinque Leggi sintetizzano in modo chiaro e evidente questa interpretazione canonica della novità digitale. Serve conoscere le Cinque Leggi per poterle trasgredire. Ricollocata la novità nella storia, smascherato il linguaggio tecnico, è possibile tornare ad una lettura politica. Le macchine digitali sono il nuovo strumento di governo. Il tecnocrate è la figura dominante. Il cittadino è ridotto ad utente di servizi digitali. L’illusoria convinzione di avere a disposizione una crescente potenza di calcolo porta a perdere il senso del limite e della misura. La presenza di macchine digitali, così, finisce per essere un benvenuto monito: ci spinge a tornare ad apprezzare, per differenza, la nostra umanità.

RECENSIONE

Nel libro di Francesco Varanini Le cinque leggi bronzee dell’era digitale. E perché conviene trasgredirle, Guerini e Associati, 2020, l’autore propone un viaggio dove scritti di grandi autori del passato, in diversi campi del sapere, come ad esempio Goethe, Leibniz, Spinoza, Kant, inducono a riflessioni sul presente e futuro circa il rapporto tra uomo e macchina, tra pensiero e algoritmi, tra innovazione e cultura del comprendere.

Varanini si dichiara appassionato di nuove tecnologie, ma preoccupato da pericolose tendenze. La questione è posta, nella parte iniziale del libro, con l’opposizione “pull vs. push”.

“Pull”: portare a sé, estrarre, tirar fuori. Da questa parte sta il comportamento del cittadino adulto, responsabile e consapevole di sé.

“Push”, al contrario significa applicare forza contro qualcosa o qualcuno, colpire, premere, imporre. “Un sistema più o meno strutturato di informazioni, che saranno distribuite, nel momento stabilito, da una regola ad esseri umani posti in condizione di passività”. 

IL Woeld Wide Web è nato come “pull”, luogo dove ogni cittadino può liberamente trovare notizie a lui utili. Ma si presenta oggi essenzialmente come “push”: sistema che considera le persone come sudditi e non come cittadini, incapaci di essere se stessi e consapevoli, e invece proclivi alla superficialità, dipendenti da scelte imposte.

Il libro di Varanini allora mi porta all’epistolario di Seneca, che scrive a Lucilio: “vindica te tibi”(rivendica te a te stesso).

Seneca afferma che essere affaccendati in mille cose futili ed esteriori impedisce di essere padroni di se stessi.

Scrive Ivano Dionigi, linguista e latinista,  che tra il 2003 e il 2005 un ministro della Repubblica si propose di rifondare il sistema formativo sulla base della triade inglese, internet, imprese (le tre i). Una politica sicuramente funzionale ad interessi immediati, ma non essenziale come altre tre i: intelligere (cogliere i problemi), interrogare (educare al dubbio e al porre domande), invenire (ricercare, scoprire). Queste tre i consentono di mantenere lo status di cittadini.

Sono i fattori essenziali che ci permettono di non cedere le armi a algoritmi, robot o macchine, per continuare invece ad esseri umani.

Le Cinque leggi bronzee di Varanini ci accompagnano nella direzione indicata dalla seconde tre i. Proprio di fronte a macchine che sembrano poter prendere il nostro posto, possiamo riscoprire la nostra umanità. All’immagine di una macchina dotata di una cosiddetta Intelligenza Artificiale, lontana dall’essere umano e a lui contrapposta, possiamo tornare ad intendere il computer come uno strumento nelle nostre mani. Un computer, dice Varanini, come bastone, bisaccia e scarpa vecchia. Un bastone al quale appoggiarci nel momenti di difficoltà, un contenitore di ricordi e conoscenze, uno strumento che a forza di usarlo, abbiamo adattato sempre più al nostro personale modo di essere.

 

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